Campolavico è un’idea balzata nella mente folle di due amici, che già operavano nel settore vinicolo da dipendenti.
Parliamo di Daniele Lombardi, romano con esperienza lavorativa sull’Etna, e dell’agronomo Daniele Vittorilli che decidono di recuperare delle vecchie vigne e decidono di avvitarne di nuove tutte con vitigni autoctoni.
Possiamo definirli due romantici, ma con i piedi ben saldi per terra, con ben chiaro in mente la loro visione, che trae ispirazione dai Vigneron francesi ma che non si dimentica delle proprie origini.
Si comincia da una mappa geo-morfologica del territorio situato intorno al lago di Albano, che un tempo era una caldera magmatica.
Quando si concretizza l’idea di produrre vino siamo nel pieno periodo della pandemia, già solo per questo bisognerebbe dare a questi due ragazzi l’etichetta di Eroi, ma non basta!
Passando a trovarli si può capire subito la cura che mettono sia nel lavoro in vigna che in cantina.
Parliamo di 4,5ha vitati principalmente ad alberello di vitigni autoctoni dicevamo, alcuni dimenticati (tipo il Trebbiano Verde) ma troviamo anche Malvasia, Bombino e Cesanese.
Entrando nella loro piccola azienda si può trovare di tutto, dalle vasche in cemento, alle botti non di primo passaggio, fino alla terracotta proprio per scoprire come si esprime uno stesso vitigno nei diversi affinamenti.
Ogni varietale a bacca bianca che viene da loro lavorato non permane meno di 24 h sulle bucce.
Le fermentazioni sono tutte spontanee, gli interventi in vigna sono ridotti al minimo indispensabile per cui è possibile che il vino che si assaggia di un’annata, frutto dell’assemblaggio di affinamenti diversi di una stessa annata, sia diverso da un’altra.
A dimostrazione che è l’uomo a servizio della vigna e non viceversa.
La cantina Campolavico ha solo due vini uno rosso (Cesanese in purezza) e uno bianco (blend di Bombino, Malvasia del Lazio e Trebbiano Verde)
Parlavamo della natura vulcanica del territorio, per cui perché non dare ai propri vini dei nomi attinenti?
Tefra (rosso) infatti è il nome del materiale piroclastico prodotto dall’eruzione di un vulcano e Maar (bianco) invece rappresenta la caldera che dopo lo spegnimento del vulcano di solito è occupata da un lago.



